La lettera del vescovo luterano polacco Juliusz Bursche, conservata nella cappella dedicata ai martiri del nazismo, fu inviata ai familiari dal campo di concentramento di Sachsenhausen/Oranienburg, dove era stato internato nel 1939 e successivamente giustiziato, il 20 Febbraio del 1942.

Allo scoppio della Prima Guerra Mondiale il vescovo luterano venne arrestato dai russi e deportato a Mosca, perché considerato di nazionalità. Poté tornare a Varsavia solo nel 1918. In quell’anno fu eletto parlamentare e partecipò come esperto alla Conferenza di pace di Versailles. Nel primo dopoguerra si spese per radicare la Chiesa Evangelica in Polonia e per il suo riconoscimento giuridico, che fu concesso nel 1937, anno in cui fu eletto primo vescovo della Chiesa. Allo scoppio della Seconda guerra mondiale, pur consapevole del rischio a cui andava incontro, non volle abbandonare la Polonia, e alla fine del 1939 fu arrestato dalle autorità tedesche e trasferito in carcere prima a Berlino, poi a Sachsenhausen, con l’accusa di aver tradito la nazione tedesca e di aver promosso la polonizzazione della Chiesa evangelica da lui guidata.

Le sue ceneri sono state ritrovate nel 2017 in un cimitero di Berlino e traslate nel cimitero evangelico di Varsavia.

Bursche diceva che “compito della Chiesa è di annunciare il Vangelo, non di annunciare l’ideologia nazionale tedesca o polacca, nella convinzione che, in Polonia, fosse necessario edificare una Chiesa luterana leale allo stato e desolidarizzata da idee nazionaliste.

Il vescovo July, ricordando la figura esemplare di Juliusz Bursche a 80 anni dall’inizio della seconda guerra mondiale, ha riconosciuto le sofferenze indicibili causate dalla Germania a partire dall’invasione della Polonia:

“Dobbiamo confessare apertamente e sinceramente questa storia di peccato e la responsabilità che ne deriva. Noi luterani tedeschi siamo perciò grati a Dio e ai nostri fratelli polacchi per i passi di riconciliazione, per questa liturgia ecumenica che lega i popoli oltre gli antichi confini. Anche oggi ci sono persecuzioni per la fede o per l’appartenenza ad un gruppo etnico. Ancor oggi vi sono campi profughi in cui le persone vengono stipate miserevolmente. Anche oggi deploriamo il ritorno del nazionalismo e del razzismo”

 


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