Ieri nella Basilica di Santa Maria in Trastevere è stata celebrata una veglia di preghiera in memoria di coloro che in questi ultimi anni hanno offerto la loro vita per il Vangelo.

La veglia di preghiera, organizzata dalla Comunità di Sant’Egidio, è stata presieduta dal  card. Kevin J. Farrell

Durante l’Omelia il cardinale ha sottolineato il valore del ricordo di chi ha donato la vita per il Vangelo come un segno di vicinanza ai martiri di tutte le chiese cristiane, alle loro famiglie e alle loro comunità, specificando che la vicinanza fra fratelli nella fede incoraggia e dà speranza perché rompe la solitudine e si fa carico del dolore degli altri.

 

Di seguito il testo dell’Omelia dopo la proclamazione di Lc 21,5-18

 

Cari fratelli e sorelle,
abbiamo ascoltato le parole con le quali Gesù predice la persecuzione che i suoi discepoli patiranno in ogni epoca “a causa del suo nome”
. Persecuzione da parte di ambienti istituzionali (re e governanti), da parte di ambienti religiosi, persino da parte di ambienti familiari (genitori, fratelli, parenti, amici). È Gesù il motivo profondo di questa avversione. È Lui che, per il mondo, rimane per sempre un “segno di contraddizione” e che viene rifiutato nei cristiani, suoi discepoli. Ma Gesù è anche colui che rimane accanto ai perseguitati, donando loro “parola e sapienza” e inviando il suo spirito, in modo che la loro testimonianza diventi un messaggio di amore e di speranza, nella certezza che niente andrà perduto e che nessuna sofferenza patita per Lui rimarrà senza frutto: “nemmeno un capello del vostro capo andrà perduto”.
    Questo Vangelo davvero riflette la situazione attuale in numerose regioni del mondo nelle quali tanti cristiani, non solo cattolici, continuano a soffrire e a perdere la vita “a causa del nome di Gesù”. Basti pensare che nel 2020 sono stati uccisi 4.761 cristiani a causa della loro fede, 13 cristiani al giorno (rapporto World Watch List 2021 di Open Doors). Siamo riuniti qui stasera, all’inizio della Settimana Santa, per ricordare tutti questi nostri fratelli e sorelle, martiri contemporanei della fede e della carità, che hanno dato la loro vita per fedeltà al Vangelo e per fedeltà al servizio degli altri, specialmente i più poveri e dimenticati, servizio che avevano abbracciato come loro principale vocazione di vita.

Il nostro ricordo e la nostra preghiera vuole essere un gesto di vicinanza ai martiri di tutte le chiese cristiane, alle loro famiglie e alle loro comunità. La vicinanza fra fratelli nella fede incoraggia e dà speranza perché rompe la solitudine e si fa carico del dolore degli altri. Tutto questo ci è stato mostrato in modo esemplare dal Santo Padre nel suo recente viaggio apostolico in Iraq. Papa Francesco, superando tante difficoltà e affrontando anche possibili rischi, ha voluto essere presente di persona fra i cristiani, fra le famiglie e accanto ai pastori delle comunità cristiane che hanno sofferto la persecuzione e il flagello della guerra in quella terra così ricca di tradizioni religiose. Ha voluto incontrare le persone, ascoltare le loro storie, condividere le loro sofferenze. Li ha incoraggiati, ha ricordato loro la necessità del perdono e, allo stesso tempo, la necessità di lottare per costruire la pace, nonostante ciò sembri impossibile. Il Papa ha incontrato non solo i cristiani, ma anche rappresentanti di altre fedi per tener vivo il sogno di una fratellanza universale, e ha invitato tutti a non stancarsi «di pregare per la conversione dei cuori e per il trionfo di una cultura della vita, della riconciliazione e dell’amore fraterno, nel rispetto delle differenze, delle diverse tradizioni religiose, nello sforzo di costruire un futuro di unità e collaborazione tra tutte le persone di buona volontà». (Discorso durante la visita alla comunità di Qaraqosh, 7 marzo 2021).

Seguendo l’esempio del Papa, anche noi stasera ci stringiamo idealmente a tutti coloro che nel mondo continuano ad affrontare non solo la morte fisica, ma anche la “morte psicologica” e “spirituale” causata dalle discriminazioni religiose, dalla mancanza di libertà, dall’impossibilità di vivere e praticare la propria fede e quella dimensione essenziale della fede che è la carità verso il prossimo. Pensiamo alle loro sofferenze quotidiane e cerchiamo di portarle nel nostro cuore, vivendole come nostre sofferenze. Il nostro mondo è davvero piccolo. Ciò che accade in Iraq o in Pakistan o in Nigeria è come se accadesse qui. Niente più ci è estraneo. Tutti siamo vicini.

La nostra vicinanza spirituale con i martiri e la nostra solidarietà fa bene alle comunità cristiane che vivono in zone difficili, ma fa bene soprattutto a noi. La crisi sanitaria globale che stiamo vivendo, con i gravi problemi sociali che ne derivano, può provocare, anche in noi cristiani, un pericoloso ripiegamento su noi stessi per cui tutto l’orizzonte della vita rischia di ridursi alla sola preoccupazione di preservare la propria salute e il proprio benessere economico. Guardare ai martiri, perciò, ci fa bene. Le loro vite sono come luci che illuminano il buio delle nostre paure e delle nostre meschinità. Sono discepoli di Gesù che hanno vissuto nello spirito delle beatitudini fino all’estremo. Ci mostrano che lo scopo della vita non è solamente preservarla da qualsiasi pericolo, bensì donarla per amore. La loro testimonianza, spesso mite, silenziosa e sconosciuta al mondo, ci dice che non è la separazione dagli altri che ci salva, bensì l’amore per gli altri.

Voglio ringraziare perciò tutti coloro che fanno parte della Comunità di Sant’Egidio, non solo per aver organizzato questo momento di preghiera, ma anche per il loro generoso impegno in numerosi paesi del mondo a servizio della pace e della riconciliazione. Voi vivete un apostolato della fede e della carità, che si mette a servizio di chi è più solo, più povero, di chi ha perso la propria famiglia, di chi è stato costretto a lasciare la propria terra. Così facendo, siete di grande stimolo per tutti a tener vivo questo “ideale alto” di vita cristiana che i martiri hanno incarnato. Che tutti noi cristiani possiamo sentirci incoraggiati a non aver timore, e superare le nostre chiusure e le nostre stanchezze per dare testimonianza della nostra fede, con la parola e con una vita pienamente conforme al Vangelo.

«Il sangue dei martiri, è seme dei cristiani» diceva uno scrittore dei primi secoli della Chiesa e, a riguardo, il Santo Padre ha spiegato che i martiri sono coloro «che portano avanti la Chiesa, che sostengono la Chiesa […] Una Chiesa senza martiri, oserei dire, è una Chiesa senza Gesù» (Meditazione mattutina, 30 gennaio 2017). Carissimi, presentiamo ora al Signore, nella nostra preghiera, la vita donata di tutti i martiri della fede e della carità, affinché essa sia investita della luce della Risurrezione e si trasformi in seme di salvezza e di riconciliazione in tutti quei luoghi dove essi hanno versato il loro sangue e per il mondo intero.
Amen.

 

Video della Veglia di preghiera

https://www.youtube.com/watch?v=Vlj4YJ4Pr84&t=4s

Non sono ancora stati caricate pagine correlate